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Tutti i membri di Sorridiconpietro.it ONLUS intendono ringraziare calorosamente Mario Tamburri per questo meraviglioso articolo pubblicato sulla rivista New Magazine.
Venerdì 28 settembre 2012 è una data importante. Al Teatro Cavour di Imperia, alle ore 21:00,
si é tenuta la manifestazione-evento “Sorridi con Pietro”. Pietro, l’estroverso figlio di Marco e Valentina Murruzzu (entrambi medici), é mancato il sei maggio di quest’anno per una rarissima malattia, all’età di diciassette anni. I genitori, chiusi nel loro dolore, hanno voluto replicare ad destino perpetuando la figura di Pietro in un’opera di grande utilità sociale: costituire la ONLUS “SORRIDI CON PIETRO” (via F.R. Carli 70, 18100 Imperia -
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), finalizzata all’assistenza sanitaria e alle cure palliative domiciliari di minori malati di malattie neoplastiche e rare - un ambito dove la Sanità pubblica é pressoché assente. Con rammarico, ho saputo dell’evento in ritardo, da uno dei tanti frequentatori della mia redazione che invece aveva partecipato alla serata. L’ho visto così commosso ma entusiasta che ho pensato di chiedergli di scriverne per la nostra NEW MAGAZINE. (ea.f.)
“SORRIDI CON PIETRO”
L’INDIFFERENZA SI PUÒ BATTERE
di MARIO TAMBURRI
“SORRIDI SEMPRE,
ANCHE SE È UN SORRISO TRISTE,
PERCHÈ PIÙ TRISTE DI UN SORRISO TRISTE
C’È LA TRISTEZZA DI NON SAPER SORRIDERE”
- JIM MORRISON -
[n.d.r. Nell’oggi smagato, forse questi righi paiono indulgere un poco alla retorica. Ma li scrissi senza riflettere, senza ‘circostanza’. E forse il sentimento talora é anche retorica].
Sono poco incline alle citazioni, ma questa di J. Morrison mi è parsa inevitabile: sembra scritta da Pietro. L’ho tratta dal bel pieghevole variopinto che ebbi al Teatro Cavour il 28 settembre scorso, in una serata indimenticabile. Cristina - fedele collaboratrice di Marco - nel caldeggiarmi quell’evento a ingresso libero, mi aveva raccomandato di giungervi ben anzitempo sull’orario programmato alle 21:.00, per via dell’atteso afflusso di pubblico. Raggiunsi il Cavour alle venti e trenta, e... temetti di non potervi entrare. Un’illuvie di folla composita e vociante già gremiva l’ingresso e la scalinata - assiepata sin quasi a ostruire la via Cascione... nemmeno fosse il concerto d’una rockstar! E colsi così un evento di tutt’altra fatta rispetto a una Commemorazione. Aleggiava un calore festaiolo ma contegnoso; e io andavo cercando con lo sguardo i ragazzi nel congetturare chi mai fra di loro potesse essere compagno di Pietro (appresi dopo che a tant’altra gente accalcata di fuori era stato negato controcuore l’accesso al Teatro... sul punto d’esplodere).
Ritirata all’ingresso una busta ammiccante di colori - da riconsegnarsi ‘generosa’ al finire della manifestazione - a fatica mi riuscì di guadagnare una poltrona di platea in capofila.
Già alle prime parole della brava presentatrice, che anticipavano il programma, compresi che avrei vissuta una serata unica. L’atmosfera era vivida e contrastante, spirituale e terrena. Sentivi lo spirito di Pietro, e sapevi che lui così voleva. Un Teatro che lo perpetuasse nei suoni, nei colori, nel vociare e nel recitare versi sulle note del pianoforte. Lui avrebbe graditi pure i timidi cenni d’applauso che certi sprovveduti di musica sempre scrosciano improvvidi ad una pausa soltanto un poco più lunga. Tanto il pianoforte, sotto le dita sciolte di Giovanni Doria Miglietta, avrebbe poi zittito ogni superfluo al fondersi con le parole della bella voce di Barbara Braconi. E Pietro venne lì a dirigere, così che tutto finisse a stemperarsi in una goliardia giovane e incurante dell’età degli astanti. Quando Marco risolse di prendere la parola, trepidai per lui. Ed egli invece (Pietro gliene diede l’animo) con le sue parole nette invigorì ancor più la volontà impreveduta di una serata assai discosta dal camposanto. Una voce interiore non mi lasciò infettare dal convenzionalismo della mestizia di certe ricorrenze. E mi abbandonai alla musica, sorprendente nella sua varietà, svariante da Chopin e Liszt all’impressionismo di Debussy e Ravel, sino al confine fintamente ‘leggero’ di Gershwin, e talora intercalata come in controcanto dalla mai invasiva voce recitante.
“Les Colines d’Anacapri”, “La Fille aux Cheveux de Lin”, poi “La Valse”... brani che tanto mi trafiggono da non poterle godere che soltanto di rado. Domandai al pianista se l’interpretazione de “La Fille...” gliel’avesse mai ispirata Benedetti Michelangeli. Ed egli assentì, anticipandomi spontaneo la sua disponibilità felice per altri eventi di sostegno alla ONLUS e ad ogni vita, anche se troppo di fretta spentasi come quella di Pietro. La vita é paradosso... più dà a chi da essa nulla si attende, e la coglie nell’attimo. E lunga o breve che sia, ti appaga soltanto se le concedi la libertà di sorprenderti. A me sorprese al sentire, forse da una professoressa, apprezzamenti sin troppo espliciti per le grazie procaci di una sua allieva, inguainata in un abito tanto corto che certi bacchettoni l’avrebbero bollato come improprio alla circostanza. Ed io - anziano - per un attimo credetti di potermi unire a quel coro. Poi mi dissi che pure quell’esibizione era tripudio di vita che continua - come Pietro, lui tanto vitale, avrebbe voluto.
Il suo fu un dolente distacco, ma anche rigeneratore come quello dal ramo di una foglia che s’adagi al suolo d’autunno. Uscito dal Teatro tra la folla ormai dispersa, i lampioni che all’andata mi erano parsi lividi lumini votivi, ora si fecero amici del buio
E trassi di tasca una volta ancora il pieghevole variopinto, riandando all’augurio stilizzato “CHE LA LUCE ILLUMINI SEMPRE IL VOSTRO CUORE”.
Poi, svanita l’ultima goccia di mestizia, rinfrancato m’avviai all’auto, come pervaso dal convincimento d’essermi reso utile... pur non avendo fatto nulla.
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